Al bar della solitudine

Non so quale immagine o immaginario si sia depositato in qualche cassetto della mia mente, ma sono sempre stata affascinata dai bar.

Non tutti i bar, chiaramente, ma quei bar caffetterie in stile romantico francese, dalle vetrate luminose, affacciate su una piccola piazza raccolta di un angolo grazioso della città. Mi vedevo lì, dietro il bancone, intenta a preparare dolcetti per scaldare i cuori dei visitatori. Quale coccola migliore di un cappuccino caldo, con un fiore di crema di latte disegnato sulla superficie, accompagnato da un dolcissimo cioccolatino? Oppure tè e tisane profumate, dalle infinite proprietà, servite con una fetta di torta casereccia? Questo è il mio bar ideale. Quello che induce al contatto intimo, anche solo con se stessi, senza forzature. E ti coccola. Perché sai che lì troverai un luogo di conforto, qualcosa che nutra il corpo e lo spirito. Uno spazio di parola e di silenzio. Una casa per i cuori soli, per tutti coloro che vogliano aprire a questo sentimento la possibilità di esistere anche fuori di sé.

Luci calde, luci soffuse, libri e buona musica. Chi non si è mai sentito solo? Una casa può diventare una prigione, per chi si sente solo. Un bar no, un bar ti porta fuori. 
Forse, in questo senso, il mio arrivo in un bar molto familiare, a lavorare come barista e cameriera, non è così lontano dal mio destino. Pietanze calde per cuori infreddoliti.
La solitudine può essere ricettacolo di solidarietà e creatività. 
Specialmente in un bar. 

"I bar sono luoghi universali, come le chiese, sacri luoghi di ritrovo dell'umanità". (Iris Murdoch)

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