Giorno 50.

Giorno 50.

"Questa è un'epoca in cui viene messo tutto in mostra sulla finestra, per occultare il vuoto della stanza". 
(Dalai Lama)

E' da molti giorni ormai, che avrei voglia di fare a tutti una domanda: "Ma davvero, davvero, come state?" Quante persone ve lo hanno chiesto veramente, per ascoltare apertamente la risposta? Proprio ieri ho percepito la risonanza di questa domanda dentro di me, quando una persona me lo ha domandato e mi sono sentita quasi impreparata a rispondere. 

Le stories su Facebook e Instagram impazzano, probabilmente compensando alla mancanza di un viso e un corpo reale, che viva direttamente quelle storie insieme. Da questo punto di vista, forse sono fortunata. La maggior parte dei miei amici, quelli veri, quelli radicali, sono lontani da molto tempo ormai, e non ho dovuto aspettare questo isolamento per fare esperienza della loro distanza. Sono lontani, ma non smettono di essere i più vicini, sempre, oltre le parole, oltre le immagini, oltre il tempo e i chilometri che ci separano. E mi mancano, come mi sono sempre mancati. Questo lungo periodo di forzata riduzione dello spazio, di campo visivo, di contatto, di movimento, ha svelato ancora, e con maggiore drammaticità, l'inconsistenza di molte relazioni, di tanto fare, di tanto dire, di tanto apparire

Se c'è una cosa che mi incuriosirebbe "fare", sarebbe il voto di silenzio. Ma non ora, lontana dalle voci della città. Dopo, una volta che riprenderà il quotidiano fluire delle maree umane. Mi chiedo, avremo voglia di parlare? Per dire cosa? A me piacerebbe tanto provare a stare zitta. Sarà difficile, lavorando in un bar. Ma questi giorni, fatti di mura domestiche e schermi piatti, mi hanno portata a vivere un autunno in primavera. L'autunno è quella stagione di ripiegamento all'interno, di ascolto, di sfoltimento all'essenziale, e pensare di uscire e trovare intorno a me una natura esplosa, rigogliosa, caldo e tanta luce, mi disorienta. Siamo in disarmonia, fuori dal ritmo della Vita che scorre. Persino il vociare su Facebook è incredibilmente caotico e fastidioso. 

Vivo spesso la conflittualità di voler "uscire" da questa "comunità virtuale" e poi non farlo, per non "perdere i contatti" con persone oltre confine o oltre oceano, per le foto ricordo. E poi mi domando: ma abbiamo così bisogno delle foto ricordo? Non bastano i ricordi, così come possono venire spontaneamente alla memoria? Quanto ci intrappolano le immagini? Prima si scrivevano le mail, prima ancora le lettere. E ci si telefonava, non si scrivevano miliardi di messaggi su WhatsApp. La facilità con cui puoi "restare in contatto" con qualcuno, probabilmente ha contribuito a svuotare di significato il gesto stesso del cercarsi. Cosa ce ne facciamo di tutte queste "condivisioni", di tutti questi mezzi così impersonali? Gli amici li possiamo contare sulle dita di una mano, se siamo fortunati tutte e due. Lo sappiamo, dentro di noi, che è così. 
Non dico che i social non possano avere un potenziale positivo. Ma le "connessioni buone", quelle che fanno bene, hanno la consistenza dell'intimità, del mettersi in gioco, dell'esporsi. E questo non è facile, non è immediato come tre righe sul tuo "stato". Quando "condividiamo", con chi stiamo comunicando esattamente? 


Quando ho iniziato a scrivere questo blog, fondamentalmente volevo creare un appuntamento con me stessa, e poter condividere, con chi ne avesse avuto piacere, pensieri ed emozioni, in modo il più possibile sincero e rispettoso. E continuerò a scriverlo, perché è soprattutto un bene per me, mi dà la possibilità di dare forma ed esternare contenuti che si fanno pesanti. Nel mio quotidiano ho occasione di farlo raramente, e in questo modo esorcizzo il senso di solitudine che ciclicamente si fa sentire. Ma la verità è che questa società non mi piace. Mi piacciono gli animali. Se avessi compreso prima quanto mi affascina e mi attrae oggi il mondo animale... chissà, forse avrei scelto diversamente. Invece mi sono dedicata alla comprensione e alla cura dell'essere umano. 

Così, al cinquantesimo giorno di questa assurda situazione, dalla quale non so come uscirò, perché quello che ora mi sembra evidente è che non serva quasi nulla di quello che abbiamo in queste città, in cui gli affetti non si misurano con la distanza, ma con la presenza, e il contatto, autentico e libero, spesso mi manca anche in mezzo a tante persone, riesco solo a pensare che il sole è sorto e tramontato per 50 giorni e forse non ce ne siamo nemmeno accorti, che gli animali si sentono più liberi e che i miei occhi hanno fame di natura.

E' dura stare in questa immobilità fisica, in questo silenzio del mondo, perché non si hanno molte alternative: o ti immergi in un continuo "fare" e in un continuo "rumore", anche dentro casa, oppure stai con te stess*. E allora eccoli lì, tutti i nodi che ancora non hai sciolto, tutte le ferite che non hai curato, i rancori che non hai placato, le relazioni sospese. Vorrei vivere in campagna, in una cascina, avendo pochi contatti umani, ma amorevoli e sinceri. Non mi va proprio di tornare alla realtà di prima. E non perché fosse brutta, ma perché non mi nutre come vorrei. 

Bisognerà scegliere, e bisognerà farlo in un panorama sociale che non conosciamo, per molti non prevedibile. Quali possibilità avrò? Quali alternative per vivere in una realtà dove sentirmi davvero "insieme a", in una comunità? 

Giorno 50. 

Fernando Pessoa scriveva: 

"I più grandi dolori della mia vita si attenuano quando, aprendo la finestra che dà dentro di me, posso dimenticare me stesso alla vista del suo movimento". 

Quale Gioia sarebbe, dimenticarmi di me. 


[Nelle foto: 1. La mia danza al e con il Sole, la domenica di Pasqua; 2. Estratto da una mini coreografia personale sul Con-Tatto, in questi tempi di "quarantena"]

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