LA CURA
Nella mia vita, ho trovato i momenti di sofferenza come occasioni di trasformazione.
Certo non subito, non all'inizio.
Oggi so perché mi sono avvicinata all'antropologia, alla danzaterapia, alla cura della persona. Siamo esseri vulnerabili. E alle volte sono proprio le condizioni di malattia, nel senso più ampio del termine, a renderci consapevoli di questa nostra fragilità. Quando la vita ci sorprende con qualcosa di inaspettato, che non possiamo controllare né comprendere, ci sentiamo vulnerabili, nella gioia e nel dolore. E forse proprio nella sofferenza e nella paura iniziamo a cercare, per provare a comprendere e trovare un modo di accettare e stare con quello che c'è.
Di questo, credo di averne avuto un esempio concreto fin da piccola, con l'essere e l'agire che i miei genitori mi hanno mostrato nella cura di mio fratello, nella ricerca di ciò che potesse renderlo una persona in grado di esprimersi nelle sue possibilità, affinché potesse stare bene ed essere felice. Un esempio di Amore. E tutto questo senza "sapere", senza poter sapere cosa realmente attraversasse e attraversi l'animo di Marco, quali le sue emozioni e i suoi sentimenti, le sue fatiche e i suoi pensieri. Penso alla mia vita, a ciò che ho vissuto e sto vivendo, alle sfide che ciclicamente si presentano. Salute e malattia non sono concetti antitetici, secondo me. La cura è la ricerca di un benessere, ma la malattia, la sofferenza fisica, emotiva e psicologica, fanno parte della vita. Oggi mi dico che va bene così, che farò di tutto per stare bene, stando anche con ciò che mi fa soffrire, senza allontanarlo, negarlo, accettando quello che verrà. Non si può vivere nella paura, per non saper dare un nome alle cose, o non sapere quale forma prenderanno.
Il buio della ricerca è la ricerca stessa... poi qualcosa accadrà.
Perché quello che sto imparando è che non ho altra possibilità, se non l'avere fiducia, facendo del mio meglio. Non mi negherò la possibilità di essere sorpresa sempre, finché il respiro mi accompagnerà. Oggi sono grata per ciò che ho potuto affrontare, con le mie capacità e i miei strumenti e con l'aiuto di altre persone. E vedo nella cura un atto d'Amore. Amore per se stessi e per gli altri. Antropologicamente,
“La cura è efficace come processo di relazione, non come esito di guarigione”. (...) "Non esiste un paziente incurabile, ma un paziente lasciato solo". (G. Pizza, Antropologia Medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo)
Oggi ho compreso cosa è importante per me, e forse lo è sempre stato. Nei giorni dei Santi e dei Morti, buona vita a tutti.

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